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VIII° CONGRESSO INTERNAZIONALE DI LITURGIA

Per ritus et preces”.
Sacramentalità della liturgia

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ROMA 19 MAGGIO 2007

VIII Congresso internazionale di liturgia.
PER RITUS ET PRECES. Sacramentalità della liturgia
Roma, 16-18 maggio 2007
Una possibile teologia dei sacramenti a partire dal vissuto celebrativo

«Non per via di specchi, né per mezzo di enigmi, ma faccia a faccia ti sei mostrato a me, o Cristo, ed io nei tuoi sacramenti trovo te» (Ambrogio, Apologia del profeta David a Teodosio Augusto 1, 2: CSEL 32, 39). Nell’evento sacramentale del Cristo morto e risorto la Chiesa contempla la sua natura, il suo fondamento, la sua ragione di essere; attraverso la celebrazione di questo mistero essa perpetua nel tempo la storia della salvezza: continua ciò che essa contiene. Non è certo una scoperta delle più recenti frontiere teologiche il nesso dialogico tra liturgia e sacramento, né un riportare in auge, in maniera asettica, un linguaggio della Chiesa antica che appartiene ad un universo semantico quasi incomprensibile alle orecchie dell’uomo contemporaneo. Da sempre la Chiesa crede nel mistero pasquale come vertice del suo annuncio e origine della sua potenzialità salvifica: in altre parole, nella liturgia celebrata, creduta e vissuta, Cristo si comunica “faccia a faccia” attraverso la mediazione del simbolo sacramentale, in un rapporto di totalità di donazione, quantitativamente condizionato dalla libertà umana, qualitativamente differenziato sulla base della diversità del segno. Per questo la teologia non potrà mai esaurire la riflessione sull’intima connessione fra Cristo-sacramento e Chiesa-sacramento, dove la liturgia viene a costituire l’anello, osiamo dire “nuziale”, che lega queste due realtà; per questo anche gli studi liturgici sentono l’urgenza di un dialogo più sereno e costruttivo con la teologia dei sacramenti.
Per ritus et preces. A partire dai segni sensibili della celebrazione la Chiesa comprende e costruisce se stessa. Rispondendo a questa “provocazione”, il Pontificio Istituto Liturgico dell’Ateneo romano di S. Anselmo, ha proseguito il suo ventennale cammino dei Congressi internazionali di liturgia, approdando al tema della sacramentalità dell’evento liturgico, prendendo spunto da un celebre passo della costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium: «La Chiesa si preoccupa vivamente che i fedeli non assistano come estranei o muti spettatori a questo mistero di fede [l’eucaristia], ma che, comprendendolo bene nei suoi riti e nelle sue preghiere (per ritus et preces), partecipino all’azione sacra consapevolmente, piamente e attivamente» (SC 48).
Le sessioni dell’VIII Congresso di liturgia si sono tenute dal 16 al 18 maggio presso la nuova sala convegni “Matteo Ricci”, della Pontificia Università Gregoriana.
Gli interventi sono stati preceduti dal saluto delle autorità accademiche dell’Ateneo Anselmiano, e il discorso di apertura del Preside del PIL, P. Juan Javier Flores Arcas, O.S.B.,  ha introdotto nel vivo delle tematiche affrontate dai relatori: «In questo dialogo tra la sacramentaria e la cristologia emerge la centralità del Mistero Pasquale di Cristo; dunque, si passa da una cristologia troppo univoca – perché incentrata solo sull’unione ipostatica – ad una cristologia fondata sul Mistero Pasquale, che defluisce direttamente nella teologia sacramentaria».
Un patrimonio davvero eterogeneo quello dei relatori: di diverse estrazioni geografiche, culturali, accademiche e scientifiche, come del resto il panorama dei partecipanti al Congresso. Gli interventi, pur nella loro specifica varietà, hanno seguito l’opzione metodologica caratteristica dello studio della res liturgica: i fondamenti biblici, i contributi dei Padri, la storia, l’antropologia culturale e la speculazione teologica.
Nella narrazione biblica, infatti, l’azione celebrativa trova il suo evento fondante, dove i gesti e le parole del Signore operano quella salvezza che, per volontà del Signore stesso, si perpetua a livello sacramentale nella celebrazione della Chiesa. Questo lo si può affermare massimamente per l’evento fondante dell’eucaristia, l’Ultima Cena, in cui il comando del Signore, accolto nella fede dalla Chiesa, continua ad operare lo stesso dono d’amore, la stessa forza trasformante che fa di un evento di tradimento e di morte un evento di alleanza e di vita.
La sacramentalità dell’Ultima Cena è stata infatti l’oggetto del primo intervento, tenuto sapientemente dal Card. Albert Vanhoye, S.I., insigne biblista e insegnante per lunghi anni presso il Pontificio Istituto Biblico. Comparando le diverse narrazioni dei Vangeli, e analizzando i singoli elementi che i testi ci propongono, il Card. Vanhoye ha introdotto l’assemblea nell’ampiezza spirituale che l’evento dell’Ultima Cena ricopre per la vita della Chiesa, chiamata a rendere grazie (eucharistèin) in eterno per quel Corpo e quel Sangue che, prendendo forma da elementi naturali, trasportano tutta la creazione nel piano delle realtà salvifiche, colmando con l’amore anche le crepe più profonde procurate dalla disobbedienza dell’uomo.
Mons. Enrico Mazza (PIL, Università Cattolica di Milano) ha contribuito invece all’indagine patristica, proponendo una riflessione sugli elementi agostiniani necessari per la concezione sacramentale della liturgia. Molta parte della teologia medievale, infatti, ha fatto sì che risalissero ad Agostino diverse delle definizioni di sacramento che essa proponeva. Come ha sottolineato il prof. Mazza, questo può essere vero solo in parte, poiché, estrapolando l’asserto agostiniano dal suo contesto originale, spesso l’applicazione ne è risultata impropria, se non addirittura inesatta. Ciò tuttavia non toglie l’importanza che Agostino ha avuto nella genesi della teologia sacramentaria, in particolare attraverso la sua dialettica tra Verbum ed elementum, caratteristica della dinamica celebrativa della liturgia.
L’apertura al dato cosmico-antropologico è stata invece introdotta dal prof. Don Dionisio Borobio, della Pontificia Università di Salamanca, che ha proposto una riflessione sul passaggio dalla sacramentalità creaturale-cosmica ai sacramenti della Chiesa. Tanto la rivelazione biblica, quanto l’esperienza mistica dei testimoni della Chiesa, hanno sempre basato la conoscenza e il contatto con Dio a partire dagli elementi cosmici, così come Dio ha sempre operato la sua economia salvifica usando il linguaggio e gli elementi della creaturalità, tanto da portare lo spazio e il tempo ad essere luoghi salvifici per l’uomo.
Un contributo complementare è stato offerto da Mons. Kevin Irwin, docente presso la Catholic University of America: il linguaggio fondamentale per la liturgia e i sacramenti. La teologia sacramentaria, pur muovendo i suoi passi dalla celebrazione liturgica, non può non prendere in considerazione il rapporto fra l’uomo e il creato, dal quale scaturisce il linguaggio con cui l’uomo vive e annuncia l’evento sacramentale.
La genesi storica e le implicazioni teologiche dell’espressione conciliare “per ritus et preces”, sono state invece prese in considerazione da P. Silvano Maggiani, O.S.M. (PIL, Pontificia Facoltà Teologica “Marianum”). I riti e le preghiere rimandano a un linguaggio simbolico che costituisce la cerniera fra il mistero rivelato nell’evento fondante e il mistero celebrato nell’azione rituale; ma essi non si identificano, in quanto il simbolo ripropone l’efficacia dell’evento, non l’evento stesso.
Uno sguardo ecumenico è stato proposto dal Prof. Don Michael Kunzler, della Facoltà Teologica di Paderborn, in Germania. Egli, in quanto esperto di teologia orientale moderna e contemporanea, ha individuato un eventuale contributo della teologia ortodossa alla ricerca di una solida nozione di simbolo, come cioè in Oriente si articola la teologia sacramentaria, anche nei possibili punti di contatto con l’Occidente, e come il mondo greco e slavo abbia percepito la deriva del nominalismo verso una “secolarizzazione” dei sacramenti.
Don Andrea Bozzolo, S.D.B. (Università Pontificia Salesiana di Torino) ha introdotto il dibattito nel vivo della teologia sistematica, tratteggiando le linee del possibile, e a questo punto possiamo dire necessario, legame genetico tra teologia sacramentaria e liturgia. L’intervento di Bozzolo si è articolato su tre punti: un’idea di sacramento e sacramentalità che trova nell’azione liturgica il suo luogo di elaborazione, l’efficacia dell’azione liturgica in ordine alla libertà dell’uomo e alla sua decisione di fede, il per ritus et preces come significazione sacramentale del volgersi di Dio all’uomo interpellando la libera risposta della sua fede. Solo a partire dall’esperienza del dono da parte di Dio si può ricomprendere l’orizzonte conoscitivo dell’uomo, solo se l’intellectus fidei affonda le proprie ragioni nella sapientia cordis, l’esperienza del sapere giunge ad essere opera di carità e testimonianza della Chiesa.
Ultimo degli interventi è stato quello del P. François Cassingena-Trevedy, O.S.B., docente all’Istituto Superiore di Liturgia di Parigi. P. Cassingena ha trattato di come la Parola abbia un suo statuto sacramentale, e da questa derivi proprio la sacramentalità del gesto nell’azione liturgica, come ci viene proposto dal n.7 di Sacrosanctum Concilium, la molteplice presenza, cioè, di Cristo nella Chiesa che celebra il mistero pasquale. Per questo dalla Parola, la sacramentalità, passa alle parole, al linguaggio verbale e non verbale che la simbolica liturgica adotta nella celebrazione.
La tre giorni del Congresso si è conclusa con una visita guidata da Mons. Crispino Valenziano, docente del PIL, alla Basilica di S. Paolo fuori le Mura, suggellando così attraverso la bellezza dei segni (per viam pulchritudinis), guidati dal linguaggio degli spazi liturgici, l’auspicabile identità fra momento celebrativo, esperienza mistica e vissuto ecclesiale.
Per ritus et preces. La Chiesa nel suo culto pubblico non propone al mondo una spiritualità fra tante, ma offre l’origine stessa della sua sacramentalità, il suo comprendersi e il suo darsi, con Cristo e per Cristo, al mondo stesso. Il Cristo ha riempito della sua presenza il vuoto della sua assenza, donandosi nello spazio della celebrazione dei sacramenti, il laetissimum spatium che continua ad essere per la teologia l’auspicabile punto di partenza per comprendere l’ampiezza dell’amore di Dio. Fede celebrata, fede annunciata, fede vissuta, culmine e fonte della dinamica relazionale fra Dio e l’uomo.
Nel celebrare c’è il comprendere e c’è il vivere lo stesso mistero che si comprende, c’è il rapporto offerta/risposta d’amore che lega Dio all’uomo: «il fatto che la Chiesa sia “sacramento universale di salvezza” mostra come l’ “economia” sacramentale determini ultimamente il modo in cui Cristo, unico Salvatore, mediante lo Spirito raggiunge la nostra esistenza nella specificità delle sue circostanze. La Chiesa si riceve e insieme si esprime nei sette Sacramenti, attraverso i quali la grazia di Dio influenza concretamente l'esistenza dei fedeli affinché tutta la vita, redenta da Cristo, diventi culto gradito a Dio» (Benedetto XVI, Sacramentum Caritatis 16).

                                                                                                                       Enrico Grassini

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